Municipio

Sede degli uffici e dell'amministrazione comunale

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Descrizione

Il palazzo ospita gli uffici e l'Amministrazione Comunale.

Modalità di accesso

Accesso libero, negli orari di apertura al pubblico, o previa prenotazione appuntamento con gli uffici.

Costi

L'accesso è gratuito.

Ulteriori informazioni

Stemma

Adottato nel 1928, rappresenta nella parte superiore, su sfondo blu, la croce di Sant'Andrea che vuole ricordare i Brebbia, ricca famiglia di feudatari barzaghesi. Nella parte inferiore è raffigurato, su sfondo dorato, un leone che tiene tra le zampe una chiave d'argento, simbolo della forza e della potenza con cui la famiglia Isacchi ha governato il paese.

 

Brevi notizie storiche su Barzago

Il passato del paese di Barzago non presenta aspetti di primaria importanza. Il nome di “Barzago” è costruito come quello di tanti altri paesi della Brianza sul suffisso –ago che, secondo gli studiosi, dovrebbe significare proprietà, quindi il nome potrebbe derivare dalla famiglia romana proprietaria di questo fondo territoriale, cioè la famiglia Barzia. Barzago, quindi come territorio di proprietà della famiglia Barzia.
Resti antichi sono stati trovati negli anni trenta a Verdegò, una tomba casualmente scoperta ha portato alla luce una spada bronzea e dei cocci, materiale andato poi disperso. Sono, invece, esistenti e ben visibili le testimonianze originali e curiose rappresentate dai “massi avelli” dislocati a Bevera di Barzago e a Verdegò. I massi avelli sono delle tombe scavate in grandi massi erratici sin qui trasportati dai ghiacciai dalla Valtellini e qui lasciati appunto dai ghiacciai quando si sono ritirati. Sono manufatti risalenti al III-IV sec. d.C. usati come tombe da personaggi importanti. In località Bevera di Barzago, a ridosso del santuario, esiste l’esemplare più bello di tutta la provincia, perché in un unico masso avello sono state scavate ben due tombe. Anche in località Verdegò, nel 1998, durante scavi edilizi è emerso un altro masso avello, ben sagomato e collocato dall’Amministrazione comunale sul piccolo sagrato della chiesetta della frazione.
Il passato medievale del paese è molto oscuro. La terra di Barzago era senza autorità, era una semplice terra di ricompensa, donata a condottieri o a signori in cambio di alleanze, favori. Quando nel 1023 Ariberto d’Intimiano, vescovo di Milano, fondò l’Ospedale di San Dionigi, inserì tra i suoi possessi anche il territorio collinare di Barzago. Nel Cinquecento la famiglia Isacchi esercitava sul paese e sul territorio circostante il proprio dispotico potere. Nel 1647 venne infeudato ai conti Brebbia, per cui la gente di Barzago ubbidiva e pagava alcune tasse a questa famiglia. Infatti, gli Isacchi e i Brebbia sono le famiglie richiamate nel disegno del gonfalone comunale. Il Seicento era epoca di grande delinquenza. Pare che anche a Barzago i bravi non mancassero: si conosce il nome di Martino Vergano, detto il “Martinazzo”, abitante alla “cascina del Belino”. Costui insieme ad altri tre-quattro era un bandito che assaltava la gente sulle strade, perciò segnalato nelle gride del tempo e ricercato perché condannato ripetutamente all’impiccagione.
L’attuale chiesa parrocchiale, edificata nel 1778, è dedicata a San Bartolomeo. La parrocchia di Barzago ha sempre fatto parte della Pieve di Missaglia ed è stata visitata da San Carlo Borromeo nel 1571 e nel 1583. Conserva un pregevole crocifisso ligneo cinquecentesco che la devozione popolare ritiene miracoloso.
In frazione Verdegò, si segnala l’Oratorio dei Santi Giovanni e Paolo con una bella pala d’altare, una Crocifissione della prima metà del Settecento. Dipende da Barzago, anche parte della frazione di Bevera, con il famoso santuario di Maria Nascente, eretto – come vuole la tradizione – nel 1603 in seguito all’aiuto prestato dalla Madonna ad una giovane minacciata dalle prepotenze di un signorotto locale. Questo tema è stato ripreso da Cesare Cantù nella novella La Madonna d’Imbevera, dove narra di un certo don Alfonso Isacchi, uomo prepotente, soprannominato l’Orso di Barzago.
Nell’Ottocento, Barzago era un paese di una certa dimensione, oltre mille abitanti e perciò era un punto di riferimento anche per i paesi vicini. Per esempio c’erano le carceri mandamentali che verranno poi trasferite all’inizio del Novecento a Missaglia.
Lo sviluppo edilizio degli ultimi decenni ha fatto scivolare il paese lungo la statale Como-Bergamo. In passato, però, Barzago si distingueva per il suo vecchio nucleo, ben raccolto, posto sulla sommità di un’altura collinare, con un’alta torre, dalla quale era possibile spaziare sui laghi prealpini e le montagne lecchesi.


Verdegò

Il nome Verdegò compare solo nella seconda metà del XVIII secolo. Nei documenti dei secoli precedenti si trova il toponimo Mardegore, Merdagore, Merdagò con evidente valore dispregiativo.
L’attuale oratorio di Verdegò è dedicato ai santi martiri Giovanni e Paolo (e non ai santi Pietro e Paolo come comunemente si è sempre pensato), due soldati trucidati nella loro casa al Celio, in Roma, il 26 giugno 362 d. C. sotto Giuliano l’Apostata.
L’attuale edificio è sorto nel 1720 per volontà di Giovanni Antonio Viganò, un capomastro di Verdegò che intese ricostruire la chiesa essendo ormai fatiscente e non utilizzato l’edificio precedente.
Sul medesimo luogo sorgeva, infatti, un oratorio medievale, segnalato già a metà del XIII secolo, legato per un buon arco temporale alla corte medievale di Cremella. Poco significativo sul piano architettonico, conserva un’ottima pala d’altare eseguita tra il 1720 e il 1730, inserita in un elenco di beni che il Viganò lasciava alla chiesa. La pala è di autore ignoto e presenta il Cristo Crocifisso con ai lati, a destra, un Giovanni dalle sembianze giovanili e, a sinistra, il barbuto Paolo. Entrambi hanno tra le mani la palma del martirio. Alla base s’intravedono le Anime purganti.
La presenza delle Anime purganti nel dipinto e soprattutto la presenza di ossa di defunti nella finestra in facciata segnalano come questa chiesa abbia una tradizione legata proprio al culto per i morti, per i defunti. In passato sopravviveva l’espressione “i poveri morti di Verdegò”. Qui, tra il 1734 e il 1787 s’insediò la Confraternita dei Vivi e dei Morti, conosciuta anche come Confraternita della Buona Morte. I confratelli, una trentina circa, si ritrovavano nel locale dietro l’altare e seguivano la celebrazione della messa in maniera appartata rispetto ai restanti fedeli. Ecco perché è infissa un’ampia grata tra il presbiterio e il “coro” dei confratelli. Avevano il compito di assistere i moribondi, di partecipare ad ogni funerale, vestivano una divisa consistente in un saio nero con i simboli della morte, completo di cappuccio. Come tutte le confraternite del tempo, si trovò in contrasto con l’autorità religiosa principale, in questo caso il parroco di Barzago, per la gestione dei beni dell’eredità Viganò. Fu sciolta come la maggior parte delle confraternite settecentesche dai decreti giuseppini del 1787.
A testimonianza del passato della Confraternita della Buona Morte sta un’importante tela, dipinta dal pittore varesino Pietro Antonio Magatti a metà Settecento, intitolata “La morte del giusto”, tela restaurata nel 1998 e ora situata nella chiesetta iemale, a fianco della chiesa parrocchiale.

Ultimo aggiornamento: 17-07-2024

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